News6 Novembre 2020by Pasquale TardinoIn modalità smartworking o swaccworking?

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Lo smart working ha sdoganato il lavoro in pigiama? Niente affatto. E nemmeno maglietta e pantaloni della tuta risulta l’outfit ideale per mettersi al lavoro da remoto. Se per alcuni il pigiama è stato il grande compagno delle settimane di lavoro a distanza, sono tantissimi coloro che hanno riscoperto l’importanza degli abiti formali per vedersi più confident e, di conseguenza, far fronte a stress e incertezza per il futuro. Da qui è nato lo stile conformal, ultima tendenza a dettare legge in ambito lavorativo che unisce la sicurezza in se stessi (in inglese confident ) agli abiti formali.

Prima di tutto, lavorando da casa è importante… vestirsi. In che modo? Come se si andasse in ufficio… o quasi. Certo, non bisogna essere troppo formali – non è necessario, ad esempio, indossare giacca e cravatta o mettere scarpe col tacco – ma passare da una modalità “da casa” a quella “da lavoro” è di grande aiuto per concentrarsi. Rimanere in pigiama o in tuta, con le pantofole ai piedi, non permette di mantenere il giusto livello di attenzione, mentre vestirsi per bene, ci fa sentire meglio, migliora l’atteggiamento e favorisce la fiducia in sé. Certo, comodità e praticità vanno considerate per prime, ma questo non significa comportarsi come se fosse il week-end. Una domanda utile da porsi davanti allo specchio prima di iniziare una videochiamata è: “sembro in ferie?” Se la risposta è “Sì”, allora sarà il caso di indossare altro. È (anche) una questione di rispetto per gli altri: quelli che sono in casa con te, ma anche coloro che vedrai su Skype, Zoom o Teams.

Come dimostra uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review , infatti, il look business professional è il prediletto da chi vuole apparire esperto agli occhi di clienti e colleghi, anche per quanto riguarda le videochiamate. Fra gli over 60 la percentuale di chi sceglie un abbigliamento formale da remoto è addirittura del 46% ma, a differenza di quanto si possa pensare, il trend riguarda da vicino anche le nuove generazioni. Per impressionare positivamente, otto giovani su dieci optano per un dress code business anche su Skype, Zoom e Teams. In videochiamata, i vestiti sono infatti considerati uno degli elementi più impattanti, secondi solo alle competenze. Infine, per il 39% degli intervistati oltre al tipo di vestito è il colore scelto a giocare un ruolo fondamentale: da quelli brillanti per sembrare più affidabili (33% degli intervistati), ai toni neutri per apparire esperti (74%), fino alle fantasie per dare l’idea di essere innovativi (34%).

A sottolineare il legame fra eleganza e comodità è stato anche l’editorialista americano Robert Armstrong che sulle pagine del Financial Times  ha scritto: “Siamo a nostro agio quando ci vestiamo bene”. Sul tema è intervenuto anche Giovanni Maria Conti, docente di Storia e Scenari della Moda presso il Politecnico di Milano: “L’abito formale da sempre pone chi lo indossa sotto una luce diversa; comunica maggiore rispetto e quindi ‘distanza’ in rapporto a modi di fare più amicali. Dona autorevolezza e determina comportamenti più ricercati”.

Non è la prima volta che, dopo un momento buio della storia, si assiste a una riscoperta dello stile come riporta il New York Times . Il primo esempio risale addirittura all’epidemia di peste bubbonica che colpì l’Europa nel quattordicesimo secolo: in quel periodo, infatti, gli abiti si arricchirono di ornamenti e l’abbigliamento divenne sempre più importante. A cambiare sarà anche il modo di acquistare: d’accordo con un’analisi elaborata dalla Royal Society, una delle più antiche accademie scientifiche, contrariamente a quanto avvenuto in Cina dove subito dopo la fine del lockdown si è assistito al “revenge buying” cioè all’acquisto compulsivo come forma di “vendetta” nei confronti del covid e dell’isolamento, nel resto del mondo le persone stimano di comprare meno vestiti, ma di spendere la stessa cifra. I consumatori punteranno quindi di più sulla qualità, acquistando meno ma meglio, lasciandosi alle spalle il fast fashion e il continuo desiderio di nuovo che per anni ha regnato sovrano.

Non sono bastati mesi di smart working per mettere dunque la parola fine all’importanza dell’abbigliamento, in ambito lavorativo e non solo. Curare l’abbigliamento insieme al sorridere (visto che in modalità smartworking non abbiamo le mascherine) ed accompagnare quello che diciamo con un buon tono emotivo, è sinonimo di professionalità. In fondo il vecchio adagio “Non abbiamo una seconda opportunità per fare una prima buona impressione” è più che mai attuale anche in video.

Buon smart working e quando sei un po’ giù…prova ad indossare il più bell’abito che hai o quello che rappresenta la tua “copertina di linus” e vedi come in un’istante la vita ti sembrerà più a colori 😉

A presto

Pasquale Tardino
Formatore e Coach
pasqualetardino@ramitalia.it
335 435785

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