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News27 Novembre 2020by Pasquale TardinoHO VISTO MARADONA

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Si l’ho visto e me lo sono goduto!

Mercoledì 25 novembre ore 17,25 mi arriva un messaggio strano: “E’ morto Maradona”.

Nooo sarà la solita bufala! Mi rimetto al lavoro. Dopo poco me ne arrivano altri. Ok andiamo a vedere. Caxxo, ma che dicono questi, non è possibile. E lì a cercare incredulo e sgomento un segnale, una smentita che cancellasse il senso di vuoto che mi pervadeva, lo stesso alla notizia della scomparsa di Massimo Troisi e Pino Daniele, che ancora oggi mi sembra impossibile che non siano più tra noi.

E lì ho spento tutto e mi sono reso inaccessibile ad ogni ulteriore comunicazione o notizia che venisse dall’esterno. Una sorta di rifiuto che mi rendesse impermeabile al dolore.

Ma come Pasquale, con tutto quello che sta succedendo provi queste emozioni per la scomparsa di un solo individuo? No! Tutte le morti addolorano. Ma aggiungere questa notizia al bollettino di guerra di ogni giorno in questo periodo, è stato aldilà del legame emotivo con el pibe de oro, come la definitiva conferma che il 2020 è stato proprio un annus horribilis.

Ma ogni persona scomparsa… fisicamente continua a vivere nella memoria dei propri affetti. Capita infatti a tutti noi di ricordare un momento con quella persona, una frase che diceva, un sorriso…o come capitava con mio padre un sguardo silenzioso carico d’intensità, che oggi riscopro sempre più essere diventato parte di me.

Le persone famose hanno il vantaggio di amplificare questo effetto perché coinvolgono migliaia o milioni di persone. Come nel caso di Diego perchè aldilà del tifo, delle passioni per tutti quelli che ha incantato e fatto sognare, con il suo essere “divino” con la palla ma “umano” con le sue debolezze nella vita.

Ho visto Maradona, genio e sregolatezza, capopopolo contro il potere, ma anche figlio di quei contradditori anni ’80, che lo videro anche testimonial di Mc Donald simbolo del consumismo e dell’imperversare dell’edonismo reganiano. Ma per noi era l’uomo dei sogni. Provati com’eravamo dagli anni di piombo prima e dal terremoto poi, nonché dalle mille volte che ci eravamo illusi di farcela a vincere lo scudetto, sempre mortificati dallo strapotere economico e “politico” delle squadre del nord. Avevamo proprio bisogno di qualcuno che ci facesse sognare. Sei arrivato proprio al momento giusto.

Gli inizi non furono semplici, prima d’iniziare la cavalcata.

Ma a noi bastava, perché: “na fint e Maradona scuagl o sang rint e vene”. Perché l’uomo dei sogni annullava le distanze e le leggi della fisica, come quella punizione di seconda in area contro lo sventurato Tacconi. Era già tanta roba avere in maglia azzurra il più forte, quello che aveva vinto da solo un mondiale. Uno che non solo aveva una classe sconfinata, ma anche motivazioni fortissime perché sentiva d’impersonificare il riscatto sociale degli oppressi, fin da quand’era solo un ragazzino che incantava tutti giocando nelle cebollitas, uno talmente forte che dovevi azzopparlo per fermarlo come quella volta Goikoetxea “il macellaio di Bilbao”. Com’è dissonante il carattere che mostrava in campo Diego. Lo vedevi si divertiva prima lui, era gioia pura, ma aveva anche una coinvolgente voglia di lottare. Altro che l’atteggiamento compassato o da professorini di cui si lamentava Gattuso domenica sera riguardo alcuni suoi giocatori. Ma lui le vinceva da prima. Perché riusciva sempre a trasferire un motivo in più ai suoi compagni. Come prima di Argentina-Inghilterra dove ricordava ad ognuno dei suoi compagni i morti alle Malvinas nella guerra delle Falkland proprio per mano degl’inglesi e poi in campo prima si faceva aiutare da “la mano de dios” per vendicarsi, e poi per dimostrare che non stava rubando niente, zittì tutti segnando il più bel goal della storia del calcio.

Era la chioccia per i suoi compagni soprattutto quelli più giovani, a cui non ha mai fatto pesare il suo status di…D10S del pallone. Altro che gli egoisti pseudo campioni di oggi, che chiedono a compagni ed allenatori di mettersi al suo servizio. Nei seminari che tengo per Imprenditori e Managers sulla Leadership, dico sempre che “un vero leader si vede da come fa stare le persone intorno a lui” e lui li faceva stare bene. Un vero leader “aiuta le persone a crescere ed ha un atteggiamento da n°2, cioè è lui che si mette al loro servizio”. Tanto già sa di essere il n°1, non ha bisogno di atteggiarsi a tale. E’ il n°1 in termini di responsabilità e per questo Diego era sempre al servizio della squadra, li aiutava uno ad uno, li esaltava a dare il meglio, per questo gli volevano bene tutti. Emblematica la scena al fischio finale di quel fatidico 10 maggio 1987, tutti ad abbracciare principalmente lui, compagni, fotografi, giornalisti e quelli che avevano invaso il campo.

Che giornata! Cominciata molto presto al mattino con i preparativi, accompagnandoli con un silenzio religioso, ricordo che scendemmo dal Vomero a piedi e lungo tutto il percorso come un fiume via via si aggiungevano affluenti a destra e sinistra fino a raggiungere l’azzurro del S. Paolo, non tifosi, ma fratelli che si preparavano ad assistere ad un rito. Ne eravamo certi, sicuri, non come quella volta contro il Perugia o nelle tante altre dove sembrava che ci fosse sempre “qualcuno” o qualcosa che spegnesse il sogno proprio sul traguardo. Noo quella volta non avevamo alcun timore, perché noi avevamo Diego.

Neanche la ricordo la partita il goal di Carnevale al ’29 e quello di Roby Baggio, che ritornava in campo dopo i tanti infortuni al ginocchio 10 minuti dopo. Non la ricordo perché ero in trance dall’emozione che stavo vivendo ed anche perchè ero collegato con la radiolina a “Tutto il calcio minuto per minuto” con Bergamo dove giocava l’Inter, l’unica che ancora potesse portarci via il sogno, che perse contro l’Atalanta e facevo praticamente la radiocronaca a tutte le persone intorno a me. Fino alla17,47 ho immagini ovattate proprio come accade nei sogni, e quella volta il risveglio al fischio finale fu meraviglioso, una delle gioie più grandi mai provate. Una gioia che sapeva di riscatto sociale, di giustizia, di poesia e di bellezza pura per come si era realizzata, che si può condensare solo con quella frase scritta al cimitero di Napoli “ch ve siete perz”.

Ed era solo l’inizio perché l’anno dopo 17 maggio (il mio onomastico 😉) a Stoccarda anche l’Europa si accorse di noi. In realtà avevamo già vinto la coppa uefa il mese prima a Monaco e già prima di scendere in campo dove il “riscaldamento” di Diego sulle note di Life is Life incantò pubblico e giocatori avversari, compreso quell’Hansi Flick attuale allenatore del Bayern.

 

Altre gioie e tristezze ci hai regalato, ma voglio ricordarti proprio così, in quell’incredibile riscaldamento o come ti divertivi a palleggiare con un limone in allenamento (e si perché con l’arancia era troppo facile, visto che ci riusciva anche Celestini) o a scivolare nelle pozzanghere esattamente come al campetto di Villa Fiorita. Ed è così che vorrei che ti ricordassero tutti. Quella è l’immagine da mostrare alle scuole calcio e a tutti i bambini che si avvicinano allo sport, tutto lo sport, non solo il calcio… l’immagine di un bambino che gioca.

Grazie Diego, quanto ci hai fatto divertire, almeno lì dove ti trovi adesso potrai trovare quella pace che non sempre ti sei concesso in terra. 

AD10S

 

Pasquale Tardino
Formatore e Coach
pasqualetardino@ramitalia.it
335 435785